ASSOCIAZIONE FESTIVAL ITALIANI DI CINEMA

Intervista a Eddie Bertozzi | Settimana Internazionale della Critica

A colloquio con...

Eddie Bertozzi

Program Manager & Film Research della SIC – Settimana Internazionale della Critica

1. Program Manager & Film Research: due incarichi importanti che sottendono una moltitudine di responsabilità e mansioni. In concreto, di cosa ti occupi alla SIC e quanto tempo ti impegna all’anno?

Alla SIC mi occupo di tutto ciò che concerne la programmazione e il coordinamento della sezione. In primo luogo, mantenendo una serie di contatti fra produttori, venditori e istituti nazionali, mi dedico alla ricerca dei film da proporre al comitato di selezione. Una volta definita la line-up, mi occupo dell’organizzazione pratica dell’evento: dalla definizione del calendario, alle comunicazioni con le produzioni, alla gestione delle delegazioni e delle proiezioni. È un impegno che, con gradi di intensità diversa, mi occupa buona parte dell’anno, con un picco dei lavori concentrato nei mesi estivi.

2. Quando hai scoperto di amare il cinema e quando ti sei incontrato per la prima volta con un festival? È stato amore a prima vista?

Sono sempre stato incuriosito dal cinema, fin da piccolo, ma l’amore, quello vero, è scoppiato relativamente tardi. Quasi per caso, nei primi anni dell’università, mi sono imbattuto in una serie di “strani oggetti”: il cinema cinese, la new wave iraniana, il Dogma… Rimasi folgorato. Non sapevo che il cinema potesse avere tante voci, così diverse. Il mio primo incontro con un festival fu da semplice spettatore, a Venezia, nel 2008: nel tendone del Palabiennale, in replica pomeridiana per il pubblico, passava Shirin di Abbas Kiarostami, preceduto da un corto di Jia Zhangke (Cry Me a River). Mentre la gente rumoreggiava, fuggiva o s’assopiva, io spalancavo sempre di più gli occhi.

3. La SIC è una sezione indipendente della Mostra del Cinema di Venezia. Come vivete questo rapporto di simbiosi con il festival più antico del mondo?

È un rapporto storico quello che lega la SIC alla Biennale di Venezia e alla Mostra del Cinema. Siamo felici di consolidare anno dopo anno una fitta e fruttuosa collaborazione che di fatto rende possibile l’organizzazione della nostra sezione. Consideriamo il festival come una grande famiglia allargata che, al di là dell’amichevole concorrenza sul piano della selezione dei titoli, lavora per un solo obiettivo comune: realizzare una grande festival. È solo quando tutte le sezioni prosperano che il festival può dirsi veramente riuscito.

4. Cosa caratterizza secondo te i festival italiani da quelli stranieri? E cosa, invece, sarebbe interessante o utile importare da loro?

L’universo festivaliero, sia in Italia che all’estero, è davvero troppo variegato per poter tracciare definizioni che abbiano un valore generale. Anche un confronto con il nostro diretto omologo, la Semaine de la critique di Cannes, è in fondo parziale, dal momento che, contando su fondi e sponsor di ben altra entità rispetto ai nostri, riescono a organizzare rassegne, eventi e workshop in aggiunta al festival in sé. Forse è proprio questo il punto: immaginare i festival come officine di produzione culturale attive nell’arco dell’intero anno, con una struttura più solida, “aziendale”, e meno precaria.

5. Senza timore di far torto a nessuno, qual è il film che hai amato di più delle scorse edizioni? E quale quello che ti ha regalato più soddisfazioni?

In otto edizioni passate alla SIC, i film del cuore sono tanti. Nominarne solo uno è difficile, ma forse azzarderei Küf (Muffa) del turco Ali Aydın, che nel 2012 vinse anche il Leone del Futuro per la miglior opera prima. Fu una scoperta incredibile. Fra le soddisfazioni maggiori c’è sicuramente l’australiano Tanna di Bentley Dean e Martin Butler, che ha debuttato alla SIC nel 2015 e quest’anno si è guadagnato una storica nomination all’Oscar come miglior film straniero.

6. Cosa ami di più di questo lavoro e di cosa, invece, faresti volentieri a meno? Regalaci un aneddoto che ti è rimasto particolarmente impresso della scorsa edizione.

La SIC si occupa esclusivamente di opere prime e negli anni ha scoperto autori del calibro di Olivier Assayas, Pedro Costa, Harmony Korine e Carlo Mazzacurati. Individuare e scommettere oggi sui potenziali grandi autori di domani è un’impresa incredibilmente stimolante. Dalla scorsa edizione, inoltre, questa sfida è raddoppiata, dato che, con il supporto di Istituto Luce Cinecittà, la SIC ospita anche una selezione di cortometraggi italiani realizzati di giovanissimi autori non ancora approdati al lungometraggio. Il ricordo che conserverò dell’ultima edizione è legato proprio a questi cortisti: non solo ci hanno regalato piccoli gioielli che la dicono lunga su quanto il futuro del cinema italiano possa essere luminoso, ma hanno anche portato al festival una dose di entusiasmo e freschezza di cui si sentiva la mancanza.

La cosa che amo di meno: le lunghe giornate di lavoro in estate mentre tutti sono in vacanza!

7. Quanto è importante per te il lavoro svolto dagli stagisti in un festival? Cosa ne pensi del progetto #stageinrete promosso dall’AFIC?

Il lavoro degli stagisti in un festival è molto importante. Alla SIC, nello specifico, svolgono un ruolo fondamentale di assistenza nei giorni del festival, collaborando alla gestione delle delegazioni e delle proiezioni. Il progetto #stageinrete promosso dall’AFIC mi sembra dunque un’iniziativa rilevante per rendere più coerente e valorizzare il lavoro degli stagisti nei festival.

intervista a cura di Francesco Bonerba


Eddie Bertozzi | Nato a Rimini nel 1985, si è laureato in lingua cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia e ha conseguito un dottorato di ricerca in cinema cinese presso la School of Oriental and African Studies, University of London. Dal 2009 collabora con la Settimana Internazionale della Critica. Dal 2014 si occupa di acquisizioni per la distribuzione cinematografica.

 

Che ne pensi?